Corpo Montagna: abitare un luogo, costruire relazioni

Diario di bordo

Quando si organizza un festival, il successo viene spesso misurato attraverso i numeri: partecipanti, presenze, attività realizzate.

Anche per Corpo Montagna i numeri sono stati importanti e ci restituiscono l’immagine di una manifestazione viva, partecipata e capace di attrarre persone da territori diversi. Sono passate poche ore dalla fine del festival e non siamo ancora in grado di darne di affidabili, ma siamo profondamente felici per come è andata. Guardando ai giorni appena trascorsi, abbiamo la sensazione che il risultato più significativo sia stato un altro. 

Corpo Montagna nasce per promuovere pratiche di esplorazione della montagna come spazio di sperimentazione e trasformazione collettiva:  è prima di tutto un esperimento di relazione tra persone e luoghi. Un tentativo di abitare la montagna non come semplice sfondo di attività outdoor, culturali o ricreative, ma come presenza viva, interlocutrice, spazio capace di orientare i nostri tempi, i nostri incontri e il nostro modo di stare insieme.

Se vogliamo fare una prima valutazione, pensiamo di aver raggiunto l’obiettivo. Per alcuni giorni la valle si è trasformata in un luogo attraversato con vivacità e interesse. I partecipanti hanno camminato sui sentieri, sostato nei paesi, frequentato bar, alimentari, l’unico rifugio già aperto in questa tarda primavera, e le piccole attività commerciali. Non si è trattato di un consumo veloce del territorio, ma di una presenza attenta, rispettosa, curiosa. Una modalità che ha permesso di distribuire valore all’interno della comunità locale e di generare un incontro autentico con chi questi luoghi li vive ogni giorno.

Ma forse l’aspetto che più ci ha colpito è stato osservare ciò che accadeva tra le persone.

Durante le escursioni, nei laboratori, nelle serate e nei momenti informali si è creato qualcosa che va oltre la semplice partecipazione a un programma. Si sono aperti spazi di parola, di ascolto e di confronto. Persone che non si conoscevano hanno condiviso cammini, domande, racconti e visioni. Sono nate connessioni, amicizie, collaborazioni che speriamo possano continuare ben oltre la durata del festival.

In un tempo in cui molti luoghi rischiano di diventare soltanto scenografie da attraversare rapidamente, Corpo Montagna ha provato a sperimentare un’altra possibilità: quella di costruire, anche temporaneamente, una comunità.

Una comunità fatta di corpi che camminano, si fermano, osservano e dialogano. Una comunità che riconosce nella montagna non un oggetto da consumare ma un desiderio, un contesto da abitare, seppure per pochi giorni. Perché abitare un luogo non significa soltanto essere presenti nello spazio, ma entrare in relazione con ciò che lo compone: il paesaggio, le persone, le storie, i ritmi e i limiti che lo caratterizzano.

Se c’è un’immagine che porteremo con noi da questa edizione, è proprio questa: una valle attraversata da persone diverse che, passo dopo passo, hanno saputo trasformare un programma di eventi in un’esperienza condivisa. Forse perchè condividono tra loro un sistema di valori, un’altra visione del mondo – e dunque dei territori tra cui il nostro – rispetto all’attuale.

È da qui che vorremmo ripartire. Dalla consapevolezza che la montagna (anzi, la Val Saviore) può essere sempre più uno spazio generativo di incontri, di pensiero e di legami. E che forse il valore più grande di un festival non è ciò che accade sul palco o lungo un sentiero, ma ciò che continua a vivere nelle relazioni che restano quando tutto il resto è finito.

Ps: grazie a chi ha reso possibile tutto questo: ad Avanzi, al Parco dell’Adamello e Comunità Montana di Valle Camonica, i Comuni di Cevo e Saviore dell’Adamello, Wikiloc, official mapping sponsor, Patagonia, Micocosmo e Promocevo.

Giovanni Pizzochero

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